
Praticamente un disco di 50 anni fa registrato e prodotto nel 2009. Un britpop fatto benissimo. A tratti perfetto. I Philomankind sono di Pisa, per confermare quanto la realtà musicale toscana sia carica di sorprese qualitativamente alte. E molte sembrano racchiuse nel Consorzio Utopia del quale anche i Philomankind fanno parte. Dodici tracce che si susseguono in 40 minuti di delicatezza e impegno, ironia e severità quanto basta. Spicca la voce di Sara Piaggesi, che si alterna alle voci di Marco Piaggesi e Sandro Del Carratore, e che certamente rendono più morbide le linee rette di Sara, il suo essere penetrante.
Ascoltando questi brani si ha subito la sensazione che tutto sia perfettamente al suo posto. Ognuno di questi cinque ragazzi si muova nel suo elemento naturale, senza forzature, con la naturalezza che solo il talento e la capacità tecnica danno.
Un disco che è un piccolo portento di classe e meticolosità. Probabilmente può risultare borioso in alcuni momenti, poco spontaneo, esibizionista. Ma loro ne sono consapevoli. Sanno che questo è il loro mestiere, sanno che possono permetterselo. E fanno bene.
Tra i brani risaltano al mio ascolto sicuramente Womanizer, Benjamin, Build up, ma soprattutto Goodbye Everybody, molto sentito, intenso. Con l’ingresso della batteria che è memorabile. Inaspettato e giusto in quel momento.
Il disco si chiude con un altro bellissimo brano, Don’t laugh. Che entra dentro piano. Discretamente. E poi parte disinvolto e a passo svelto. Con un incastro di voci affascinante.
Nel complesso, un album magnetico, che si scopre piano, con più ascolti, che ci ricorda quanto importante sia la dedizione e lo studio per creare qualcosa di veramente degno.
Peccato che questo non basta per prevalere sui progetti da discount. Il solito destino al rovescio della meritocrazia.
Luciana Manco – LostHighways
Fossero usciti a metà anni novanta quando in giro c'era tutto il revival brit-pop, i Philomankind avrebbero certo ricevuto maggiori attenzioni. Ascoltati ora, invece, suonano un po' datati, come potrebbe esserlo un gruppo che si rifà palesemente a chi si rifaceva palesemente a Beatles e dintorni, Kula Shaker in testa (“Yogi Dananta”). C'è da dire però che nonostante l'impianto derivativo dei suoni, la formazione pisana non se la cava affatto male in questa mirabile operazione di taglia e cuci, mettendo in mostra una scrittura che se da un lato non nasconde le influenze, dall'altro riesce a suonare in qualche modo fresca e di sicuro appeal.
Nei quaranta minuti del disco si mescolano beat e soul sotto forma di refrain uncinanti (“Womanizer” e “I Can't Believe”), si citano gli Who in versione rock-opera (“Benjamin”), si migra oltreoceano dai Beach Boys di “Pet Sounds” (“Goodbye Everybody”), si azzarda una psichedelia quasi hard (“Short Of Money”), si richiamano i quattro baronetti di Liverpool (“I'm Gonna Wait For The Time”), riuscendo tuttavia a mantenere un profilo basso e un approccio per nulla supponente. Il tutto gratificato da buone armonie vocali, una certa perizia strumentale e in generale una sensazione di déjà vu che riporta si alla Londra dei Sessanta, ma per strade sufficientemente traverse.
Alle spalle un esordio del 2005 sulla falsariga di questo “All Things Philos” ma meno a fuoco (“Ask”), per una band che non sarà il massimo dell'originalità ma rappresenta di sicuro un comodo palliativo per tutti quelli che di “swinging”, nell’attualità musicale, non trovano più nulla.
Fabrizio Zampighi – Il Mucchio
The Philomankind, con la loro estetica sorniona e vagamente retro, rilassata e ammiccante, suonano pop. E il pop include tanto i Beatles e i Beach Boys che Prince e Elvis Costello, può contenere preziosismi e sperimentazione e gioielli melodici, purché l’ascolto alla fine sia facile, ancorato alla melodia di presa immediata e al ritmo. In questo i Philomankind non fanno eccezione, presentando un lavoro ben prodotto, impreziosito da un banjo e un mellotron, accanto a melodie vocali distese e gradevoli, a lievi tecnicismi di batteria, all’eco, quasi classico, di un sitar (campionato?). Alt-pop, o art-pop, forse. Con un po’ di pretenziosità, che non guasta, in fondo.
Tra echi beatlesiani e qualche digressione civettuola, la band dispiega il suo armamentario vintage e la voce di Sara Piaggesi, efficace ma non particolarmente personale, alternata a quella di Marco Piaggesi e Sandro Del Carratore, un po’ più goffe ma non fuori luogo, fa bella mostra di sé fin dalla prima traccia, festaiola e con sapore d’altri tempi E poi, naturalmente, i cori, in una ricerca del dejà-entundu del tutto intenzionale, che cerca proprio nella storia del pop la propria legittimazione.
Nulla di nuovo, verrebbe da dire, ma questo non è necessariamente un limite e gli arrangiamenti e le soluzioni di produzione cercano e trovano comunque una personalità, pur se in una sorta di eclettismo enciclopedico che alla lunga pare un esercizio stilistico.
Ma sorprendentemente i testi, naturalmente ironici, evitano la banalità con una scaltrezza che, seppure non cantautorale, non è così frequente nei colleghi più cool. Storie d’amore fatte di uno sguardo ogni decade e riflessioni sulla figura di Swami Yogi Dananta si alternano con disinvoltura e qua e là balugina un’autenticità che la musica pare nascondere. Short of money si permette un accenno rock-blues, con qualche agile inserto d’elettronica; Goodbye Everybody gioca la carta della ballad con esiti tra gli Abba e i Queen; Marta Little Arms è una pregevole stramberia grammofonica che rimanda agli anni 20, con banjo e kazoo (e rumore di puntina su disco) ma troppo atipico per connotare l’album. Purtroppo la successiva Build Up è un melenso incrocio tra Elton John e… Brian Adams, cui poco giova lo sforzo vocale di Sandro Del Carratore. Nothing to you, ben più divertente, è un funky finalmente sguaiato che cita la Motown e che potrebbe al limite rimandare a un certo Beck.All Things Philos in definitiva scivola via tra incagli programmatici e fluidità innocue, con piglio alternativo e cuore… pop, per l’appunto, che in questo caso non è esattamente l’abbreviazione di “popular”.
Luca Andriolo – Beatbopalula
Tutto è estremamente prevedibile. O se volete coerente. A cominciare da un digipack che nella grafica richiama gli anni sessanta e il periodo esotico/spirituale dei Beatles (Rickenbacker, amplificatori Vox, Guru indiani) per arrivare a una musica che fin dalla prima traccia (Yogi Dananta) riprende il discorso lasciato in sospeso dai Fab Four ai tempi diRevolver – fascinazioni etniche comprese – per aggiornarlo con i cloni anni novanta tipo Kula Shaker.
Eppure questo secondo disco dei Philomankind – in linea con l'esordio Ask del 2005 – si lascia ascoltare con un certo piacere. Da un lato per la semplicità e la cura con cui la formazione pisana rielabora un po' tutto il pop inglese e americano dei Sixties (gli Who di Benjamin, il soul di Nothing To You, ancora i Beatles di I'm Gonna Wait For The Time, i Beach Boys di Goodbye Ev'rybody) intrecciando voci, pianoforti, chitarre elettriche e un basso rubato al McCartney più psichedelico. Dall'altro perché il lavoro dei cinque è un riciclo ad ampio raggio ma filtrato da una leggerezza quasi da cartone animato.
C'è la voglia di non prendersi troppo sul serio, insomma, e di portare a termine una raccolta differenziata del decennio d'oro del rock con sguardo disilluso. Mettendo in mostra tutta la propria arte ma anche un'ironia di fondo (Mr Guru, please, won't you liberate my mind / doctors have all failed / everyone left me behind / i will wisper OM / till you tell me to stop to / when the work is done / i will sign a check to you) che non dispiace per nulla. Si tratta di un prodotto ovviamente derivativo, ma ma c'è il filtro deformante della provincia italiana ad assicurare qualcosa di più di un semplice dejavù della Londra più swinging.
Fabrizio Zampighi – Sentireascoltare
Cinque ragazzi provenienti dalla Toscana che esordiscono ( anche se alcuni di loro sono musicisti d'esperienza ) su Le Parc con un bell'album, pop quanto basta e sperimentale in molte sfumature : ecco The Philomankind con "Ask", un lavoro molto, molto interessante.
Tutti sono esperti negli strumenti, roba da conservatorio, che li innalza tecnicamente al di sopra della media ; il suono è prodotto benissimo e il songwriting è perfetto e maturo.
il loro rock e power pop offrono momenti esaltanti, a partire dalla opening track "Gender bender" e dallo spumeggiante funk rock di "It's Easy to see", guidati dalle voci femminili, e il rock'n'roll finale di "You're in my Mind", anche se la canzone migliore è quella che dà il titolo al disco, un brano che avrebbe fatto la sua porca figura nel repertorio degli ultimi Beatles. Nel disco non mancano momenti rilassati -tutto sommato pochi- e anche cupi come la canzone "Sorry", guidata dal pianoforte.
Esordio che fa ben sperare quindi per il rock italiano che troppo spesso soffre di sudditanza psicologica nei confronti delle band estere, cosa che invece non traspare assolutamente in "Ask".
Armando Autieri - Rocksound, 10/2005
Allora è proprio sicuro, la scena pop indipendente Italiana, quella vera, ha rialzato la testa! Dopo aver ascoltato (ed ammirato) le produzioni di Vickers, Dagos, Radio Days e vari altri artisti, ecco un' altra band che merita sicuramente di essere citata dal nostro blog! Stiamo infatti per parlare dei Philomankind, quintetto Pisano autore di un grandissimo disco uscito nel 2005 chiamato Ask e dedito alla rivisitazione, peraltro molto originale, della classica pop music anni '60 e '70. I ragazzi hanno appena finito di registrare il secondo album di studio che si chiamerà All Things Philos, ma al momento sono incastrati nel classico problema in cui spesso cadono i gruppi di qualità: manca un'etichetta disposta a pubblicarne il disco. Sperando che questo nostro commento serva a pubblicizzare il loro (ottimo) lavoro, colgo l'occasione per parlare anche del loro album di debutto, vecchio di tre anni ma piuttosto sconosciuto e, dunque, meritevole di ulteriori attenzioni...
Ask, l'album di debutto, si apre proprio con un brano che inevitabilmente - e anche un pò a sorpresa - fa tornare alla mente il gruppo Svedese più famoso della storia. Gender Bender, questo il titolo della canzone, è un potenziale singolone che - in un mondo migliore - potrebbe stare in una Top 40 qualsiasi, grazie anche alla coinvolgente prestazione di Sandro al pianoforte e ad un esilarante testo che parla di un teenager con il vezzo dell'eyeliner e il sogno di diventare Madonna. Gender Bender, grazie anche ad un ritornello indelebile, è la vera star del disco, che presenta tuttavia un contorno di qualità assolutamente elevata, qualunque direzione decida di prendere. La title-track è puro rock'n'roll per il corpo e per lo spirito, con un grande duetto vocale tra Sara e Marco che anta alla maniera di McCartney quando porta la propria voce al limite. Poi ci sono le ballatone, sempre suonate e cantate con gusto, come Sorry e soprattutto come From A Lonely One, che raccoglie e riassume trent'anni di grande female-pop accompagnandolo con uno stilosissimo sottofondo di harpsicord.
La passione per i seventies è rimarcata da It's Easy to See, da sala da ballo del '79, ma tra i grandi momenti del disco, per chiudere, è d'obbligo inserire quelli in cui i Philomankind prendono la tangente americana. E allora Mr.Adviser è una sorta di piano bar post-sbornia di whiskey e Pennsylvania Woman è una raffinata ballata da lost highway, guidata da un appropriatissimo banjo. Dulcis in fundo, una citazione per Smile, il mio pezzo preferito, dove in un'orgia di ganci melodici si rincorrono le melodie di Beach Boys e dei migliori Hollies.
Emmanuel Marian – Under the tangerne Tree
Un album assolutamente fenomenale , sorprendente per la freschezza , l`assemblaggio di idee , atmosfere , ritmi , groove. I riferimenti spaziano dai Beatles 66 (a partire da "Rain" , "Paperback writer" , l`intero "Revolver") , attraversano la Swingin London dell`Ufo Club del 67 / 68 , gli Who , i Kinks , i Pretty Things di "SF Sorrow" per approdare al pop beat a tinte psycho degli Shocking Blue con generose spruzzate di Mamas and Papas , Byrds ma anche di sonorità più recenti a cui ci avevano , ad esempio , (ben) abituato Kula Shaker e perchè no Oasis , Blur , Supergrass , Menswear e altri eroi del brit pop.
Un album elettrico , melodico , che raggiunge a tratti la perfezione pop (vedi "A loves B , B loves C"). Scopriteli e alla svelta !!!
Tony face - radiocoop.it
Kinks, Beatles, Floyd, Stones. The mid-late 60s in a tin, as seen from Italy, forty years later. Not essential but I like it.
Robots & Electronic Brains - eclectic music zine
‘Ask' by Italian combo Philomankind is an album of great pop psyche moments, that somehow fuses late 60s upbeat psychedelia with the ambitious vocals of 70s pop act Abba.
‘Gender bender' opens up the album with a 60s pop feel mixing upbeat vibes, a girly sound and some superb sunshine smiling moments. Sara Piaggesi sugary vocals are superb. The interesting and quite complex arrangement of Gender Bender adds to the songs cross dressing appeal. ‘U Know, I Know' is an ambitious freak out with Beatles-esque guitar touches.
This psych frenzy has a great crescendo of harmonies and a freaky mellotron adding the trip. Marco Piaggesi takes over for most of the vocals duties on this tune, adding variety to the already complex vocal arrangements. ‘Ask' is out and out upbeat sugar shaking pop, great fun. Again the strong melodies and wall of harmonies work a treat. ‘Sorry' is a piano led ballad with a chilled out fell, shifting the mood. ‘From A Lonely One' is a chamber pop tune with an easy going beat and a very strong vocal from Sara.
The wash of harmonies is off set by a more gruff male vocal from Marco, which works really well. ‘Mr Adviser' is like one of Paul McCartney's Noel Cowards style ditties, an off the wall tune adding to the albums attraction. The McCartney/Beach Boys vibe on ‘Smile' is super catchy, super melodic, super!
Massive late Beatles style piano is the order of the day on ‘No Retaliation', with freaky organ embellishments punctuated throughout the song. ‘No Retaliation' is a huge tune and features a fine heartfelt vocal from Marco Piaggesi. ‘It's Easy To See' is a more straight forward stripped down pop rocker and the powerful rock vocal from Sara shows off her wide range.
Sara can do the sugar shaking sweet vocals as well as something with more aggression, but even within ‘It's Easy To See' she shifts from a rocky vocal to something choir like then to psychedelic inflections. ‘Saccharine' is a harmony tune mixing up 60s vibes with that crazy Abba feel. There is also a mad psyche bit thrown in for good measure. ‘Pennsylvania Woman' is sung by Mario and features a big chorus, nifty guitar licks, banjo and magnificent organ. ‘You're In My Mind' kicks up a rocknroll ruckus and finishes off the album in rockin' style.
Philomankind have produced an album of pristine pop filled with melody, harmony and extremely accomplished musicianship, check it out.
Jonny Magus - www.sohostrut.co.uk